Turpe Stato
 
Autore: Sony Labou Tansi
Casa editrice: Le nuove muse

Recensione:
 

La storia declamata di Labou Tansi

Una satira sferzante della corruzione


«Vorrei riuscire a cacciare dentro a ogni parola il dolore degli uomini che vivono sotto gli artigli di un secolo che strazia ogni speranza… Con quale diritto, mi si dirà? Avendo avuto il culo di nascere Africano, ho il diritto di gettare uno sguardo di controllo su tutti i conti dell’Umanità, e in particolare su quelli che si chiamano Storia». A parlare è Sony Labou Tansi, congolese, nella prefazione della pièce teatrale Antoine m’ha venduto il suo destino (Einaudi 1987). Parole dure e affilate che contraddistinguono tutta l’opera di Tansi, autore che alla scrittura – poetica, teatrale e narrativa – affida il compito di «far dire alla realtà quello che con i suoi soli mezzi non avrebbe potuto dire… che nessun aspetto della realtà umana può essere fatto passare sotto silenzio della Storia… La mia scrittura sarà piuttosto strillata, che semplicemente scritta. La mia stessa vita sarà fatta di proteste, di urla, e di manifestazioni, piuttosto che semplicemente vissuta» (Le sette solitudini di Lorsa Lopez, Einaudi 1988).

È la potenza di un urlo che tanto più alto si deve levare quanto più forte è la violenza cui si deve opporre. Un urlo dichiarato, ma non per questo meno doloroso, che attraversa ogni pagina di questo autore – nato nel 1947 in Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo, morto di aids a quarantotto anni, nel 1995 – e che ritroviamo in tutta la sua forza nell’ultima delle opere di Tansi ad apparire in italiano, Turpestato. Lo stato scandaloso (traduzione di Irene Stelli e Egi Volterrani, Le Nuove Muse pp. 156, euro 14). Romanzo breve, apparso in francese nel 1981, narrato da una voce che anche in questo caso ci arriva decisa, stentorea: più che scritta, la storia è parlata, declamata quasi, con un ritmo verbale crescente e via via più intenso, a dare corpo, con toni di satira sferzante, alla presunta controstoria di un paese africano dal punto di vista di un dittatore-presidente corrotto, un essere dal corpo gonfio e puzzolente, preda di voracità fisiche e sessuali (rappresentate da una gigantesca ernia), i cui desideri insistenti devono venire soddisfatti con la complicità di cortigiani corrotti, metafora del sottobosco politico senza la connivenza del quale nessun potere corrotto riuscirebbe a durare. Contro questa Africa rovinata da una parte dei suoi stessi figli, in un potente romanzo che ha la forza del discorso teatrale, si scaglia Sony Labou Tansi assumendo su di sé il ruolo di coscienza civile e militante, di portavoce di un popolo, che in altri paesi africani, si pensi alla Nigeria ad esempio, hanno fatto propri autori quale Wole Soyinka e Ken Saro-Wiwa, o in Kenia, Ngugi wa Thiong’o.

Turpestato è uno dei titoli della casa editrice torinese Le Nuove Muse, creata nel 2007 da Egi Volterrani, traduttore e grande esperto di letterature africane francofone, per dare spazio a voci dell’universo multiculturale contemporaneo. Testi agili, grande cura nelle traduzioni, veste grafica attraente. Oltre a Turpestato, sono già apparsi, tra gli altri, Regina Poku, della ivoriana Véronique Tajio che con questa rilettura di un’antica leggenda si è aggiudicata nel 2005 il Grand Prix Littéraire d’Afrique Noire, ma anche Dalla Mecca a qui, di al-Sadiq al-Nayhum (uno dei due soli autori libici a essere tradotti in italiano sino ad oggi, come avverte nella prefazione di Isabella Camera D’Afflitto) o Garçon Manqué della algerina Nina Bouraoui. Scritti che arrivano da varie parti del continente africano e che silenziosamente – perché sopraffatti dal rumore della editoria di massa – ma con decisione, nel corso dell’anno appena passato sono arrivati in libreria.

Segno di una attenzione della piccola editoria che già da anni svolge un prezioso lavoro di scouting in questo settore, dando spazio alle nuove generazioni di autori africani che si affacciano sulla scena editoriale. (…)

 

Fonte: Maria Antonietta Saracino – il manifesto


a cura di Maria Antonietta Saracino - Il manifesto
 
     
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