Il mondo che credevo (un poema metà-fisico)
 
Autore: Gianni Iasimone
Casa editrice: Moby Dick

Recensione:

L'autore presenterà il libro alla libreria Indipendente|mente venerdì 8 Febbraio 2008 alle 21.15.

 

 

L’accusa col dito puntato, senza paura

Ecco, finalmente, una rarità: un libro di battaglia. Un libro truce, appassionato, violento e disperato. Devastante e, va da sé, bellissimo.

Detto questo, come descrivere il ribollire della materia presente in questo testo? Tenterò di farlo con un esempio: “e mentre vivo ancora un istante / si muore veramente con / uno scarpone sulla faccia / una scheggia di granata / una pallottola sparata per errore / che trafigge un giovane cuore / un rantolo di tosse tossica / nei recinti della disperazione / nei ghetti della distruzione / nel terzo mondo della sperimentazione / delle nostre scoperte del cazzo / in nome del progresso / loro regresso / se si distrugge si ricostruisce / ma una mano monca rimane monca / anche se verrà riattaccata / dalla nostra misericordia / un occhio che ha perso la luce / si perderà nella nebbia / delle nostre speculazioni / un bambino che ha perso i suoi anni / chiederà il conto agli altri bimbi / ai suoi figli o a se stesso / anche senza saperlo”.

Alleluia! Eccoci dunque di fronte alla mancanza totale di accondiscendenza, di desiderio glamour di piacere, di voluttà della morbidezza, di sottovoce, di minimizzazione degli obiettivi: questa è dunque la voce di Iasimone, una voce che urla, come quella di Giovanni Battista nel deserto, che sa benissimo quello che vuole dire e lo dice, senza piegarsi a nessuna tecnologia affettiva (o diplomazia).

Per questo l’autore (che ce lo dice: questo poema è stato scritto in brevissimo tempo) ha buttato sulla pagina il suo fuoco come un impulso, senza mediazioni. Tocca le corde dell’invettiva, del disagio espresso con veemenza (e spesso ferocia), tanto da ricalcare, per più versi, le orme del più incazzato Artaud. Non si nasconde mai, nemmeno nel lessico (…).

Il rischio? Che la violenza superi il ‘da dirsi’: ebbene, non è questo il caso. Possiamo continuare a leggere di macerie, morte, emigranti, bombardamenti, senza che mai la bellezza dell’urlo venga assopita da nulla. Abbiamo altissimi precedenti di poesia urlata, pericolosi forse i paragoni, ma Iasimone sicuramente non ha una voce distorta o parziale, no, urla ed è sempre squillante, emozionante, comunicativo.

Questo bellissimo libro finisce con una sola parola, a tutta pagina: NIENTE. Ebbene questo è un finale paradosso, perché Iasimone sa benissimo che invece ci ha riempiti: di forza, idee, bellezza. Il contrario della televisione quindi, e oggi (tanto per finire come abbiamo iniziato) abbiamo una rarità.

Franco FoschiRivista letteraria Tratti, n. 72


Il mondo che credevo” non esiste

Il nuovo libro di Gianni Iasimone è un’audace aggregazione di versi pulsanti nel cui ritmo abbandonarsi, strofe vivificate che chiedono di essere liberate dalla pagina scritta in un continuum di musica e parole che vuole essere pronunciato, insinuato, vissuto. È un poema, la storia di un uomo come tanti, Antonio, “meridionale del sud”, che dal suo microcosmo soleggiato si trova proiettato in un paesaggio di ombre, destinato al rifiuto e allo straniamento. Una scelta forzata, una costrizione per un’“anima migrante” che rappresenta una leopardiana perdita delle illusioni, il disinganno, l’inesorabile svelarsi della realtà, “trovatore senza più voce”.

Osservare con sguardo disilluso la vita e accorgersi che il mondo che credevo è il mondo che non esiste. Trovarsi improvvisamente ma consciamente trasportati ne “la solita farsetta di finta metropoli travasata in provincia scoppiata” e aggrapparsi alla parola come mezzo di comunicazione vitale, espressione di un “urlo di irragionevole lucida disperazione irrimediabile”. Il flusso di coscienza come ancora di salvezza dall’alienamento della contemporaneità italico-occidentale, dall’“usa e getta globale”, dall’ossessione per il benessere e per l’omologazione, dalla discomunicazione del progresso a ogni costo, dal qualunquismo, dal fanatismo lavorativo, dalle prevaricazioni e dal nepotismo, dall’ipocrisia di volere a tutti i costi una vita che non ci appartiene. (…)

In un fluire di parole prese a prestito dal linguaggio informatico e dalla comunicazione comoda del progresso la psicologia di un uomo contemporaneo distante dalla realtà, che non è più in grado di intervenire su di essa ma la accetta come data, scontata.

Abbiamo perso l’adesione al reale / terra terra voglio un pezzo di terra / … prima che / mi copra un lenzuolo di cartongesso / di cemento di pvc di plexiglas”.

A tratti la musicalità del ritmo fa perdere coscienza dello stridente contenuto del poema, amaro, vero. Ci si abbandona all’avvolgente cadenza del suono perdendo il senso delle parole mentre Antonio, a conclusione della sua lucida e dolorosa meditazione, si ritrova di fronte a un molo, di fronte al mare, specchio della vita, a decidere se “inserire la marcia / di questa ritmo scassata / ma che ancora brilla e / via verso oriente / verso il nero fondo / di questo mare / di questo / niente”.

Carlotta FrenquellucciIl Corriere Romagna


La nuova raccolta di poesie di Gianni Iasimone Il mondo che credevo

Illusione e disillusione. Di più: la parola che si fa forza, che trova una nuova vis lungo la verticale della pagina bianca. “Il mondo che credevo”, raccolta di poesia che il poliedrico Gianni Iasimone ha pubblicato per “Le Nuvole” di Mobydick, è – come sottolinea il sottotitolo – “un poema metà-fisico” e metà “altro”: quindi poetico e rabbioso, a tratti incazzato ma di quella incazzatura che fiorisce con un sorriso. Sopra, sotto ma probabilmente dentro si nasconde l’anima di Pasolini, quell’occhio lucido e indagatore, quell’occhio che ferma le cose quotidiane. “Il mondo che credevo” è un microcosmo formato da sette gironi “danteschi”, sette cerchi non sempre concentrici perchè la parola non è concentrica, né qui né altrove ma che portano lontano. Un flusso aperto di parole, un rubinetto da cui la coscienza, quella immediata, spontanea, erutta verbi e fonemi con grande musicalità attingendo al contemporaneo, ai surrogati delle arti. Così “l’era del cinghiale bianco”, così “a auschwitz c’era la neve”. Così il mondo cellofanato della notte “con il petto rifatto in altavista / si vede tutto non si fa niente”, il ricordo lontano del sud (…), la spazzatura pubblicitaria che propina la televisione, la dolcezza dell’amore perduto “ah quanto ne ho amate e / perdute in una sera di pioggia / che se ci penso si illumina il cielo”: un humus che Iasimone dimostra di conoscere, e di plasmare con la lingua. La trasformazione dello stile poetico dell’autore si sviluppa in rapporto alla sua evoluzione ideologica: dalle forme poetiche tradizionali fino alla trasgressione linguistica, il poeta dimostra di muoversi con la leggerezza del ragazzo e la maturità dell’uomo che viaggia e che ha sete di conoscenza.

Alessandro CarliLa Voce di Romagna




a cura di Andrea Dalla Corte
 
     
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