Il marito muto
 
Autore: Claudio Castellani
Casa editrice: Tropea, 2007

Recensione:

Recensioni tratte da L'Espresso, Fahrenheit Radio 3 e  D di Repubblica.

L'autore presenterà il libro presso Indipendentemente venerdì 4 aprile 2008.

 

Amore di piombo

di Gigi Riva
 

Ci mancava, sugli anni di piombo, la prospettiva di chi viveva coi terroristi. Colma questa lacuna 'Il marito muto', il bel romanzo dell'esordiente Claudio Castellani

Conosciamo il punto di vista dei terroristi. Conosciamo un po' meglio, dopo il libro di Mario Calabresi, quello dei parenti delle vittime. Ci mancava, sugli anni di piombo, la prospettiva di chi viveva coi terroristi. Sapendolo, ma non tradendo per una legge degli affetti che precede le leggi della società. Colma questa lacuna 'Il marito muto', il bel romanzo dell'esordiente Claudio Castellani (Tropea, pp. 282, e 15). Il quale trae spunto dalla storia personale, come dichiara apertamente: "Le vicende narrate sono abbastanza vere e, come direbbe Kurt Vonnegut, è tutto accaduto, più o meno. Insomma è un libro autobiografico e allo stesso tempo non lo è".

Carlo e Maria condividono il sogno della rivoluzione. Al risveglio, lui si ritrova, per sbarcare il lunario, nella redazione di un giornale di moda. Lei, disoccupata, si occupa nella professione indicibile: terrorista e di un'organizzazione internazionale. Le sue assenze fanno scattare al marito i sospetti di un tradimento, non una vera gelosia ché non era consentita a chi doveva gestire un'altra graduatoria di priorità. Poi la confessione che congela l'uomo, il marito, nel mutismo. Non potrà nulla, nemmeno fare domande, se vorrà aiutarla a uscirne. Così si fa complice del segreto e anche di qualche consegna (innocua). Lo stato peggiore per la serenità. Il migliore per riflettere su cosa davvero si voleva, cosa è successo, dove si è sbagliato. Il rapporto si sfascia, anche se resta un profondo affetto. L'epilogo (che in realtà sta all'inizio) lo taciamo per lasciare una curiosità inappagata.
(08 gennaio 2008)
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Da Fahreneit Radio 3
 
Claudio Castellani, Il marito muto, Tropea
Pp. 280, Euro 15,00

Con questa sua prima opera, Claudio Castellani costruisce un romanzo d'amore "postumo". Il marito del titolo, rimasto in silenzio per molto tempo, soltanto dopo la morte della moglie trova la parola - anzi, le parole - per raccontare di lei e di sé, dei loro struggimenti, delle loro incomprensioni e, soprattutto, delle loro paure. Divisi come coniugi, i due continuano a vedersi come amici - e a volte come amanti - ma ciò che li lega è soprattutto il segreto che lei custodisce testardamente, e che poi lascia trapelare solo a piccoli sprazzi: l'appartenenza a un gruppo della lotta armata dal quale vorrebbe uscire, ma non osa. Stanca, depressa, disperata, la giovane moglie si toglie la vita, ma lascia al marito una testimonianza, che di lei racconta più di qualunque parola detta e apre sulla sua personalità una finestra inaspettata.

 
 
 
 
 
 
 
 
Da D di Repubblica

Il mio amore è terrorista

ANNI '70 Cosa succede quando la persona con cui stai ti tradisce per la lotta armata? Storie, poco note, di vittime sentimentali degli anni di piombo

 
di Pietro Cheli

 
Amore e terrore non sono parenti e, a parte la rima, si somigliano poco. Nomi comuni astratti dalla difficile, se non impossibile, coabitazione, uno solo dei quali diventa concreto quando finisce in -ismo. Terrore e derivati tagliano il mondo con il machete. L'amore coltiva dubbi, e caos, rimescola le vite e le rende imprevedibili. Il terrore le divide - noi da una parte, i nemici dall'altra - e coltiva e impone certezze innaffiate d'odio. Un odio silenzioso, pieno di oscurità, in un'atmosfera senza "suoni, né rumori né canti. Come se il mondo fosse all'improvviso diventato muto. Il mondo muto era l'odio. Era l'odio che Carlo nutriva per la scelta di Maria. Era l'odio verso una decisione così importante per la loro unione che lei aveva preso senza dirgli nulla". Siamo nella pancia degli anni Settanta, Carlo e Maria sono due giovani sposi. Si sono conosciuti grazie alla militanza, che per la donna è precipitata in qualcosa di più quando confessa che "da tre anni faceva parte di un'organizzazione terroristica". Più che una sberla per lui. "Terroristica. Lo colpì l'aggettivo. Maria l'aveva pronunciato con un tono che indicava disprezzo. Carlo pensò che si erano sposati un paio di giorni dopo l'Epifania di quello stesso anno. Potevi sciogliere la dote con più cura, commenterà qualche settimana più tardi". È anche la storia di un tradimento. Di una "bigamia" perché la terrorista sposa la sua causa e a quelli come Carlo viene il dubbio: ma il mio amore non bastava? È l'inizio di una fine che dura molto, molto tempo. Si intitola Il marito muto, storia, venata di autobiografia scritta in forma di romanzo, che Claudio Castellani pubblica con la casa editrice Tropea. Se gran parte delle vittime del terrorismo sono state dimenticate in fretta e se i loro parenti sono ancora più rimossi - come hanno raccontato molto bene negli ultimi anni Mario Calabresi e Sabina Rossa con i rispettivi saggi Spingendo la notte più in là (Mondadori) e Guido Rossa, mio padre (Bur) - questo libro mette a fuoco chi non ha subito la rimozione, ma l'ha paradossalmente cercata: i parenti dei terroristi. Poco sfiorati dall'eccessivo diluvio di memorie, autobiografie, ricostruzioni che da una decina d'anni tanti ex, dissociati, pentiti o irriducibili producono, restano coperti da una nebbia. Fitta quando si tratta di genitori da contestare o parenti che non condividono percorsi e scelte. Ancora più fitta quando la famiglia sono il compagno, la compagna o i fratelli, persone con le quali sono stati condivisi esperienze, sogni, idee, piccola e grande quotidianità in un frullatore dei sentimenti che si immaginano buoni. E invece... È la frode contro chi si fida, quella che Dante punisce nella profondità dell'Inferno, nell'ultimo cerchio: un immenso lago di ghiaccio. E i brividi vengono anche leggendo il romanzo in cui Claudio Castellani è bravo a restituire il vuoto interiore che prova Carlo, la sua impotenza e il lungo senso di angoscia che lo avvolge mentre cerca Maria, cerca di capirla. Ma il mio amore non bastava. Ci sono due scene che si possono prendere a prestito da film per rendere bene l'idea. Nella Meglio gioventù, con cui Marco Tullio Giordana ha esplorato la generazione che cresce tra gli anni Sessanta e Settanta in Italia, il giovane medico Nicola Carati (Luigi Lo Cascio) entra a casa e trova la moglie Giulia Monfalco (Sonia Bergamasco) in riunione con un gruppo di persone. I due si sono conosciuti a Firenze, "angeli del fango" durante l'alluvione del 1966, e la liaison è cresciuta a Torino dove studiano e fanno parte del movimento, esattamente come Carlo e Maria. Nicola entra e capisce di essere di troppo, prende la figlia e la porta fuori, con il dolore dentro che cresce perché sa che Giulia è ormai lontana da loro. Seconda scena. In Anni di piombo, film il cui titolo è diventato universale, nel 1981 Margarethe von Trotta mette a fuoco le vicende delle sorelle Marianne (Barbara Sukowa) e Juliane detta Jule (Jutta Lampe). La prima vive l'impegno come reporter di un giornale femminile, la seconda, abbandonati il marito e il figlio piccolo, come terrorista. Nel carcere dove Jule è rinchiusa, e dove morirà suicida, le sorelle si ritrovano a discutere delle loro vite e delle loro scelte in un magma di sentimenti che non riescono a sciogliere. E qui sta il punto: il groviglio che si crea e in cui ci si perde mentre l'amore finisce per evaporare. Un labirinto in cui la letteratura aiuta ad andare in profondità, a esplorare i luoghi oscuri. A capire le ingenuità, i dubbi, gli errori. A fare, come scrive Claudio Castellani in una nota, "un'indagine sulla difficoltà umana di accedere alla consapevolezza". Un tema più difficile da dire che da raccontare. Carlo "diventato comunista all'inizio dell'adolescenza" nel giro di pochi mesi "aveva abbandonato i romanzi di Salgari per sostituirli con i saggi di Lenin", ama le fotografie "del miliziano spagnolo che cade colpito a morte" e "dei cittadini ungheresi che scagliano sassi contro i carri armati russi nella Budapest del '56". Incontra Maria poco dopo che il padre Lazarus, "scoperto che la figlia era comunista", l'aveva fatta "rinchiudere per tre giorni in una clinica psichiatrica". Citando "molti passi di Mao e di Lenin" la convince "a porsi al servizio del popolo". Si innamorano, poi c'è il matrimonio, quasi casuale, per impedire che lei, cittadina svizzera, venga espulsa. I problemi quotidiani, la sopravvivenza economica, i colpi d'occhio, la complicità, la nuova casa da arredare. Tutto scorre, come per milioni di altre coppie di quegli anni ma solo per lui. Non per lei. Sino a quella mannaia affilatissima. Ma il mio amore non bastava? Diventa tutto più buio e sempre di più. Un buio che attraversa diversi romanzi recenti. È quello in cui si arrovella il professore di lettere in pensione protagonista di Prima esecuzione di Domenico Starnone (Feltrinelli) quando scopre che una delle sue ex studentesse più esuberanti è stata arrestata. Chiede notizie alla famiglia sentendo nella voce del padre l'eco di quella "timida fermezza con cui mi aveva rimproverato l'influenza che esercitavo sulla figlia". L'uomo, che nell'insegnamento si spendeva con entusiasmo invitando i ragazzi a vivere secondo valori forti, chiede di incontrarla per essere rassicurato di non aver sbagliato. Un buio in cui rischia di perdersi Emma, sorella della brigatista Antonia che ha abbandonato il figlio piccolo prima di morire durante un blitz dei carabinieri in una casa di Genova. È Come torrenti di pioggia di Annamaria Fassio (Fratelli Frilli) dove Emma cerca di capire le ragioni e la disperazione di una sorella disorientata quando ormai non le può più chiedere nulla. Un buio che crede di essersi lasciato alle spalle Paolo Emilio Calvesi, architetto nato a Roma e residente a Bologna che nella tranquillità di una nuova famiglia, con due figli piccoli "cittadino benestante, in regola con il fisco e con le leggi" è protagonista di L'amore degli insorti di Stefano Tassinari (Tropea). Era solo Paolo, quando coltivava sogni giovanili deflagrati negli incubi della lotta armata. E ora è solo Emilio, dopo essere scampato fortunosamente alla sorte peggiore si è adeguato ai riti di quella borghesia che tanto aveva odiato. Sinché il buio si presenta con una lettera, e poi un'altra, e poi diversi segni di una catena familiare, un solo indizio, un nome: Alba, la donna che amava e che ha abbandonato senza neppure una parola per entrare in clandestinità. Sarà una ventata di gioventù, non sua, a risvegliarlo dall'incubo. L'amore in ogni caso è lontano, il terrore e soprattutto il suo -ismo fagocitano tutto. "Solo la letteratura", osserva in una nota finale Claudio Castellani, "può condurci oltre la Storia e costringerci a gettare uno sguardo là dove l'immagine scientifica vede solo materiali di risulta. È la precisione con cui l'indagine storica deve ricostruire i fatti che le impedisce di considerare gli individui e quindi di vedere dentro la storia".

SENTIMENTO CLANDESTINO "Maria non parlò più della sua scelta. Per Carlo fu una zona della sua vita che rimase per sempre avvolta nel buio. Chi l'avesse contattata, che argomenti avesse usato per convincerla, se la sua fosse stata un'adesione immediata, oppure accompagnata da dubbi. Se fosse stato il risultato di un cammino graduale, fatto di complicità sempre meno indirette, o implicite, o se fosse stata una risoluzione improvvisa, sull'onda dell'emozione. Magari le forze reazionarie avevano ucciso un compagno, oppure avevano fatto strage di molte persone innocenti. Non ne parlò più, così come, del resto, non tornò più su ciò che aveva visto il giorno in cui varcò il portone, per consegnare il pacchetto, e dovette assistere all'uccisione di un uomo. L'unica cosa che rivelò, di una certa importanza, fu che l'organizzazione era internazionale. Riuniva l'esperienza e l'intelligenza dei terroristi di tutto il mondo. Non raccontò mai esattamente come fosse nata, e quando, e chi ne faceva parte, e come fosse strutturata, ma solo che i suoi dirigenti erano montoneros argentini. O, per essere più precisi, che i montoneros argentini avevano ricevuto l'incarico di seguire la situazione italiana. Questo fatto, che si trattava di un'organizzazione internazionale, costituiva per lei un motivo di orgoglio. La sua attività clandestina non aveva niente a che vedere con la galassia di gruppi e gruppuscoli nazionali di cui parlava con disprezzo. Un'armata brancaleone, un'accozzaglia di persone incompetenti, spesso assetate di potere, a volte generose e oneste ma politicamente e organizzativamente miopi e ottuse". Claudio Castellani, Il marito muto, Tropea, pp. 170/171

UNITI NELLA VIOLENZA In Italia non si sfugge mai dalla famiglia. E così anche le Brigate Rosse hanno una madre, Margherita Cagol detta Mara, e un padre, Renato Curcio. Si incontrano nella facoltà di sociologia di Trento negli anni Sessanta, matrimonio con rito misto - cattolica lei, ateo ma di passato valdese lui - alle 5.30 della mattina dell'1 agosto 1969 al santuario di San Romedio nel cuore della Val di Non. È la coppia più celebre. Fine tragica quando lei viene uccisa trentenne nel 1975 durante un'azione. A Roma si conoscono Adriana Faranda e Valerio Morucci, militanti di Potere Operaio, che entrano nelle Br e partecipano al sequestro Moro nel 1978. Arrestati un anno dopo, si dissociano dopo aver affermato nel 1984 che la lotta armata è fallita. Oggi separati. Sull'altro lato della barricata Giuseppe Valerio Fioravanti, detto Giusva, e Francesca Mambro. Neofascisti, condannati, tra gli altri delitti, per la strage alla stazione di Bologna del 1980, unica accusa che respingono. Si sono sposati, ambedue carcerati, nel 1985, hanno una figlia di 6 anni e fanno attività per l'associazione contro la pena di morte "Nessuno tocchi Caino".
 


a cura di Andrea Dalla Corte
 
     
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