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Il libro: È arduo trovare un posto per
mangiare a Milano dopo le undici di sera, e se la fame è chimica e il sesso ti ha impegnato su più
fronti lo sbattimento è grande. Però di chiudere la serata morto con un tartufo in gola in piazza
Duomo, Bosko Sadik non se l'aspettava. Come non si aspettava l'ispettore Arnaboldi che l'indagine
sulla morte di quel macedone ben vestito lo catapultasse nelle Langhe a novembre, quando l'aria è
satura del profumo di tartufo, che lui chiama puzza. Là le giornate scivolano presto nella notte,
vino rosso e bagna cauda lasciano il posto a sushi e garage rock in locali insospettati in fondo a
mille curve, e ha un bel dire un vecchio cercatore di tartufi che qualcuno gli ha sparato e si è
pure rubato la cagnetta Pina, inseparabile compagna. Qualche
recensione: Da IL MUCCHIO di Febbraio 2010 Alessandro Besselva intervista Il tartufo e la polvere è il
romanzo d’esordio di Stefano Quaglia. Classe 1963, pendolare tra le Langhe e Milano (dove fa il
pubblicitario e si occupa della produzione di film), Quaglia si è inventato un noir di
provincia paradossale divertente, che ruota intorno alla figura dell’ispettore Arnaboldi. Ecco le
nostre curiositˆ sull’argomento. Tutto è nato dall’idea di scrivere la sceneggiatura
per un film... S“, l’idea partita con dei riferimenti visuali, e ho iniziato a scrivere
pensando a quello, per capire se fosse una cosa sensata, se fossi riusciti a tenere alta la
tensione. Poi, un po’ alla volta, ho incominciato a pensare ai problemi pratici legati alla
realizzazione di un film e mi sono convinto che, con maggiore libertˆ, avrei potuto scrivere un
romanzo. Una volta accertatomi che la storia stesse in piedi dal punto di vista narrativo, ho
iniziato a lavorare sullo stile. Uno stile in cui l’elemento umoristico riveste una certa
importanza. Volevi distanziarti dal modo generalmente un po’ serioso di intendere il noir in
Italia? Devo dire che non mi sono fatto molti scrupoli in tal senso. Il pensiero che mi ha
fatto immaginare la storia, ancora prima di scriverla, partiva da considerazioni mie personali sul
mondo dei tartufi. Il fatto che ci fossero tanti soldi e tanti interessi in ballo, una passione per
certi versi smodata, sfrenata, per il tartufo. Massimo rispetto per il tartufo in quanto tale, ma lo
stile del libro voleva un po’ andare contro tutti gli stereotipi che in questi anni hanno reso il
tartufo un alimento di grande prestigio, sul quale si scrivono libri molto seri, si fanno dibattiti.
‚ considerato qualcosa di sacro. ‚ un po’ la stessa cosa che accaduta ad altri alimenti di culto
nei decenni passati, pensa al caviale. Alcune cose diventano simboli per via di una moda, e mi
piaceva l’idea di raccontare questa storia prendendo spunto dalla mia personale visione di quel
mondo. Ho cercato di sdrammatizzare e di prenderlo in giro, con tutti i personaggi che gli ruotano
intorno. Quando immagino la figura dell’investigatore, per˜, non penso mai agli italiani, penso alla
“Hard Boiled School”, a Marlowe e a Sam Spade. Se vuoi anche l“ si trova dell’ironia, anche se poi
il tono ovviamente pi serioso. Mi sembrava anche giusto, viste le situazioni paradossali in cui
si vengono a trovare i personaggi, raccontarle per quello che erano. Questa storia figlia dei
nostri tempi, con tutti i paradossi annessi, e lo stile va di pari passo. C’ un lato
cartoonesco, fumettistico anche: si parte da Hammet e si arriva Lupin III... Quella un
po’ la mia estrazione, ci ho messo molto del mio. Ho raccontato in un certo modo perchŽ si adattava
bene ad un immaginario che no solo quello del personaggio principale. Da l“ il lungo elenco di
ringraziamenti in fondo al libro, dove metto insieme una serie di modelli culturali o subculturali,
trasversali quanto vuoi, che mi appartengono, e che ho fatto rivivere nei personaggi. Lo
sguardo puntato sulla provincia, da sempre un luogo dell’immaginario legato a misteri e
delitti... La provincia italiana, una provincia che conosco molto bene perchŽ ci vivo,
in questo momento abbastanza frastornata. Da un lato c’ la rivalutazione e la riaffermazione di
un’identitˆ culturale, attraverso una tradizione enogastronomica con una sua forza che per fortuna,
per molti versi, viene riaffermata, prima di tutto tra le stesse persone che vivono la provincia, e
poi esportata, attraendo cos“ il turismo. Dall’altra, la provincia scopre tutta una serie di nuove
influenze da parte di stranieri di varie nazionalitˆ che entrano nel tessuto sociale, portando con
sŽ, a loro volta, tradizioni e modi di fare. La provincia piemontese stata per secoli uguale a se
stessa, e l’ingresso di persone di colore, di persone che arrivano dall’Asia o dai Balcani
sicuramente cambia un po’ lo sguardo di chi ci abita da sempre. Nuove usanze si mescolano a quelle
storiche oppure ne rimangono completamente avulse. ‚ un piccolo ed interessante laboratorio da
osservare. Hai giˆ pensato all’eventualitˆ di un seguito? All’inizio non ci
pensavo, credevo che fosse una cosa molto fine a se stessa e giˆ ero contento di riuscire in qualche
modo a portarla a termine, poi per˜, come sempre avviene con i personaggi, se funzionano hanno anche
una vita autonoma e lasciano delle finestre aperte. Ora sto pensando di scrivere qualcos’altro su
Arnaboldi, che man mano, raccontandone le gesta pi o meno eclatanti, ha acquisito uno spessore, una
vita propria. Ma sto riflettendo sulla sua vita in questo momento, sto pensando a che cosa vuole
fare da grande, che un po’ il dilemma che riporta spesso nei suoi discorsi. Sto pensando alla sua
trasformazione piuttosto che ad una nuova vicenda in cui inserirlo. Nelle
langhe le giornate scivolano presto nella notte, vino rosso e bagna cauda lasciano il posto a sushi
e garage rock in locali insospettati in fondo a mille curve, e ha un bel dire un vecchio cercatore
di tartufi che qualcuno gli ha sparato e si è pure rubato la cagnetta Pina, inseparabile
compagna."Piccoli romanzi senza troppe pretese (indubbiamente questo uno dei meriti principali del
testo in questione, in un tempo in cui tanti, quasi tutti, e con risultati non sempre felici, fanno
a gara per mettere su carta il senso profondo della vita e dell'umanità e anche di più, se
possibile!), che si leggono d'un fiato, anche "grazie a una simpatica voce narrante, che in
spiritosa e guizzante terza persona gode nell'ironizzare sui personaggi e sulle situazioni
raccontate, e a uno stile 'parlato' che ricorda il primissimo Tondelli."Stefano Quaglia,
pubblicitario e produttore cinematografico classe '63 (è nato a Novi Ligure, si è spinto fino a
Genova 'per studiare il modo di diventare un letterato, e senza sapere come, si è ritrovato a Milano
a fare altro', o almeno così dice...), non ha nessuna intenzione di raccontare l' Italia
ma la sua missione è far godere il lettore, divertirlo con uno stile che conquista e una
storia che non crea troppe ansie, ma che ha comunque il merito di farti scoprire personaggi che nel
bene e nel male ci risultano simpatici.Questo è un giallo che odora di tartufi, pregiati
tartufi d'Alba per la precisione. C'è un morto, Bosko Sadik, macedone, che viene ritrovato
soffocato da un tartufo proprio sui gradoni di piazza Duomo, a Milano. E' novembre, e Arnaboldi
viene catapultato nelle Langhe, a indagare ma, soprattutto, a scoprire un piccolo mondo che. E
le indagini? Calma, prima l'ispettore si deve godere la 'vacanza' e sinceramente "dell'indagine
onestamente non ci sto capendo un cazzo", anzi ci capisce sempre meno, ci sono gli albanesi, i
macedoni e adesso i giapponesi, sembra di stare in una barzelletta. Succedono più cose qui che a
Milano..." sostiene il nostro Arnaboldi.. leggete e vi divertirete.. Il nostro scrittore afferma
con estrema convinzione"Nel mio libro lo stile è fondamentale. Lo si capisce sin dalle prime
pagine: questo non è certo un romanzo che si prende sul serio. Ho cercato di essere il più diretto e
immediato possibile. E poi, lo stile leggero si adatta all'idea che mi sono fatta del mondo che
ruota intorno ai tartufi. Credo che ci sia, ed è l'aspetto più divertente, una sopravvalutazione di
questa che in fondo è solo una patata!". |
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