IL TARTUFO E LA POLVERE - 09/04/2010
 

Il libro:

È arduo trovare un posto per mangiare a Milano dopo le undici di sera, e se la fame è chimica e il sesso ti ha impegnato su più fronti lo sbattimento è grande. Però di chiudere la serata morto con un tartufo in gola in piazza Duomo, Bosko Sadik non se l'aspettava. Come non si aspettava l'ispettore Arnaboldi che l'indagine sulla morte di quel macedone ben vestito lo catapultasse nelle Langhe a novembre, quando l'aria è satura del profumo di tartufo, che lui chiama puzza. Là le giornate scivolano presto nella notte, vino rosso e bagna cauda lasciano il posto a sushi e garage rock in locali insospettati in fondo a mille curve, e ha un bel dire un vecchio cercatore di tartufi che qualcuno gli ha sparato e si è pure rubato la cagnetta Pina, inseparabile compagna.

 

Qualche recensione:

 

Da IL MUCCHIO di Febbraio 2010

 

Alessandro Besselva intervista

Il tartufo e la polvere è il romanzo d’esordio di Stefano Quaglia. Classe 1963, pendolare tra le Langhe e Milano (dove fa il pubblicitario e si occupa della produzione di film), Quaglia si è inventato un noir di provincia paradossale divertente, che ruota intorno alla figura dell’ispettore Arnaboldi. Ecco le nostre curiositˆ sull’argomento.

Tutto è nato dall’idea di scrivere la sceneggiatura per un film...

S“, l’idea partita con dei riferimenti visuali, e ho iniziato a scrivere pensando a quello, per capire se fosse una cosa sensata, se fossi riusciti a tenere alta la tensione. Poi, un po’ alla volta, ho incominciato a pensare ai problemi pratici legati alla realizzazione di un film e mi sono convinto che, con maggiore libertˆ, avrei potuto scrivere un romanzo. Una volta accertatomi che la storia stesse in piedi dal punto di vista narrativo, ho iniziato a lavorare sullo stile.

Uno stile in cui l’elemento umoristico riveste una certa importanza. Volevi distanziarti dal modo generalmente un po’ serioso di intendere il noir in Italia?

Devo dire che non mi sono fatto molti scrupoli in tal senso. Il pensiero che mi ha fatto immaginare la storia, ancora prima di scriverla, partiva da considerazioni mie personali sul mondo dei tartufi. Il fatto che ci fossero tanti soldi e tanti interessi in ballo, una passione per certi versi smodata, sfrenata, per il tartufo. Massimo rispetto per il tartufo in quanto tale, ma lo stile del libro voleva un po’ andare contro tutti gli stereotipi che in questi anni hanno reso il tartufo un alimento di grande prestigio, sul quale si scrivono libri molto seri, si fanno dibattiti. ‚ considerato qualcosa di sacro. ‚ un po’ la stessa cosa che accaduta ad altri alimenti di culto nei decenni passati, pensa al caviale. Alcune cose diventano simboli per via di una moda, e mi piaceva l’idea di raccontare questa storia prendendo spunto dalla mia personale visione di quel mondo. Ho cercato di sdrammatizzare e di prenderlo in giro, con tutti i personaggi che gli ruotano intorno. Quando immagino la figura dell’investigatore, per˜, non penso mai agli italiani, penso alla “Hard Boiled School”, a Marlowe e a Sam Spade. Se vuoi anche l“ si trova dell’ironia, anche se poi il tono ovviamente pi serioso. Mi sembrava anche giusto, viste le situazioni paradossali in cui si vengono a trovare i personaggi, raccontarle per quello che erano. Questa storia figlia dei nostri tempi, con tutti i paradossi annessi, e lo stile va di pari passo.

C’ un lato cartoonesco, fumettistico anche: si parte da Hammet e si arriva Lupin III...

Quella un po’ la mia estrazione, ci ho messo molto del mio. Ho raccontato in un certo modo perchŽ si adattava bene ad un immaginario che no solo quello del personaggio principale. Da l“ il lungo elenco di ringraziamenti in fondo al libro, dove metto insieme una serie di modelli culturali o subculturali, trasversali quanto vuoi, che mi appartengono, e che ho fatto rivivere nei personaggi.

Lo sguardo puntato sulla provincia, da sempre un luogo dell’immaginario legato a misteri e delitti...

La provincia italiana, una provincia che conosco molto bene perchŽ ci vivo, in questo momento abbastanza frastornata. Da un lato c’ la rivalutazione e la riaffermazione di un’identitˆ culturale, attraverso una tradizione enogastronomica con una sua forza che per fortuna, per molti versi, viene riaffermata, prima di tutto tra le stesse persone che vivono la provincia, e poi esportata, attraendo cos“ il turismo. Dall’altra, la provincia scopre tutta una serie di nuove influenze da parte di stranieri di varie nazionalitˆ che entrano nel tessuto sociale, portando con sŽ, a loro volta, tradizioni e modi di fare. La provincia piemontese stata per secoli uguale a se stessa, e l’ingresso di persone di colore, di persone che arrivano dall’Asia o dai Balcani sicuramente cambia un po’ lo sguardo di chi ci abita da sempre. Nuove usanze si mescolano a quelle storiche oppure ne rimangono completamente avulse. ‚ un piccolo ed interessante laboratorio da osservare.

Hai giˆ pensato all’eventualitˆ di un seguito?

All’inizio non ci pensavo, credevo che fosse una cosa molto fine a se stessa e giˆ ero contento di riuscire in qualche modo a portarla a termine, poi per˜, come sempre avviene con i personaggi, se funzionano hanno anche una vita autonoma e lasciano delle finestre aperte. Ora sto pensando di scrivere qualcos’altro su Arnaboldi, che man mano, raccontandone le gesta pi o meno eclatanti, ha acquisito uno spessore, una vita propria. Ma sto riflettendo sulla sua vita in questo momento, sto pensando a che cosa vuole fare da grande, che un po’ il dilemma che riporta spesso nei suoi discorsi. Sto pensando alla sua trasformazione piuttosto che ad una nuova vicenda in cui inserirlo.

 

Nelle langhe le giornate scivolano presto nella notte, vino rosso e bagna cauda lasciano il posto a sushi e garage rock in locali insospettati in fondo a mille curve, e ha un bel dire un vecchio cercatore di tartufi che qualcuno gli ha sparato e si è pure rubato la cagnetta Pina, inseparabile compagna."Piccoli romanzi senza troppe pretese (indubbiamente questo uno dei meriti principali del testo in questione, in un tempo in cui tanti, quasi tutti, e con risultati non sempre felici, fanno a gara per mettere su carta il senso profondo della vita e dell'umanità e anche di più, se possibile!), che si leggono d'un fiato, anche "grazie a una simpatica voce narrante, che in spiritosa e guizzante terza persona gode nell'ironizzare sui personaggi e sulle situazioni raccontate, e a uno stile 'parlato' che ricorda il primissimo Tondelli."Stefano Quaglia, pubblicitario e produttore cinematografico classe '63 (è nato a Novi Ligure, si è spinto fino a Genova 'per studiare il modo di diventare un letterato, e senza sapere come, si è ritrovato a Milano a fare altro', o almeno così dice...), non ha nessuna intenzione di raccontare l' Italia ma la sua missione è far godere il lettore, divertirlo con uno stile che conquista e una storia che non crea troppe ansie, ma che ha comunque il merito di farti scoprire personaggi che nel bene e nel male ci risultano simpatici.Questo è un giallo che odora di tartufi, pregiati tartufi d'Alba per la precisione. C'è un morto, Bosko Sadik, macedone, che viene ritrovato soffocato da un tartufo proprio sui gradoni di piazza Duomo, a Milano. E' novembre, e Arnaboldi viene catapultato nelle Langhe, a indagare ma, soprattutto, a scoprire un piccolo mondo che. E le indagini? Calma, prima l'ispettore si deve godere la 'vacanza' e sinceramente "dell'indagine onestamente non ci sto capendo un cazzo", anzi ci capisce sempre meno, ci sono gli albanesi, i macedoni e adesso i giapponesi, sembra di stare in una barzelletta. Succedono più cose qui che a Milano..." sostiene il nostro Arnaboldi.. leggete e vi divertirete.. Il nostro scrittore afferma con estrema convinzione"Nel mio libro lo stile è fondamentale. Lo si capisce sin dalle prime pagine: questo non è certo un romanzo che si prende sul serio. Ho cercato di essere il più diretto e immediato possibile. E poi, lo stile leggero si adatta all'idea che mi sono fatta del mondo che ruota intorno ai tartufi. Credo che ci sia, ed è l'aspetto più divertente, una sopravvalutazione di questa che in fondo è solo una patata!".

 

 
     
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